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venerdì 4 gennaio 2013

STORIA DELLA SICILIA

Storia della SiciliaPDFStampaE-mail
 
Nel cuore del Mediterraneo, un'isola di passione e di leggenda.
 
Una storia feconda: Circa 3500 anni fa, i Siculi, popolazione d'origine latina, sbarcarono in Sicania, un isola situata di fronte le coste calabresi. Dopo lunghe battaglie, i suoi abitanti, i Sicani, furono cacciati verso la parte occidentale dell'isola. Addio Sicania, nacque la Sicilia. Da allora questa terra diventò oggetto di tante bramosie. Fenici, Greci, Romani, Arabi, Normanni, Spagnoli invasero l'isola, si scontrarono in battaglie, fondarono famiglie, coltivarono la terra, edificarono templi, teatri, chiese, palazzi e sontuose dimore. Tutti cercarono di impadronirsene ma nessuno poté mai conquistarla. Il cuore della Sicilia non batte che per se stessa. La Sicilia resta unica, un crogiolo di popoli e culture, un misto di passioni e dolcezza, di fierezza e modestia. Una terra di contrasti dove arance e limoni fioriscono sulle ceneri dei vulcani.
 Epoca Greca
La zona orientale della Sicilia fu meta di colonizzazione di diverse popolazioni greche in cerca di nuove terre da colonizzare. La prima colonia greca in Sicilia fu Naxos (oggi Giardini Naxos), fondata dai Calcidesi (o Ionici) provenienti dall'Eubea nel 734 a.C.. Lo stesso popolo fondò a sud la colonia di Lentini nel 729 a.C.. I calcidesi di Naxos si spostarono verso sud lungo la costa orientale, e fondarono un insedimento urbano che oggi corrisponde alla città di Catania (729 a.C.). Altri popoli greci, sbarcarono in Sicilia: i Corinzi, che fondarono Sfiracusa nel 733 a.C., e i Megarici che fondarono Megara-Hyblaea. Messina, la più continentale delle città siciliane, fu fondata nel 730 da pirati calcidesi provenienti da Cuma. Tra i Dori, le popolazioni di Rodi e Creta fondarono Gela. Successivamente le popolazioni stabilitesi in Sicilia, si mossero verso nuove colonie: i Corinzi di Siracusa fondarono Akrai nel 633 a.C. (corrispondente oggi, pressappoco, a Palazzolo Acreide). I Cretesi di Gela si insediarono ad Agrigento (Akragas) nel 580 a.C., e i Megariciprovenienti da Megara Hyblaea fondarono Selinunte nel 627 a.C.. Ciò che oggi rimane di tale Storia è la Valle dei Templi di Agrigento e l'area acheologica di Segesta. Nel modo di costruire i teatri si coglie una delle principali caratteristiche della cultura greca, e i siti di Siracusa, Eraclea minoa, Segesta, Sòlunto, Morgantina, Palazzolo Acreide, Taormina ne sono l'esempio.
 Epoca Romana
Alla fine delle guerre puniche, la Sicilia divenne una provincia romana nel III sec a.C.. L'interesse che mosse i romani fu prevalntemente agricolo, e ciò significò sfruttarne le risorse della terra. Sorsero piccoli villaggi, fattorie, ville che costituiscono il nucleo originario di ciò che sarà in tempi più recenti il Latifondo. La Sicilia così divenne "Granaio" di Roma, importante per l'approviggionamento cerealicolo. Dell'epoca romana rimangono segni importanti la Villa del Casale di Piazza Armerina e l'Anfiteatro a Catania in Piazza Stesicoro.
 Epoca Bizantina
Nel 535 i Bizantini conquistano la Sicilia con una spedizione inviata dall'imperatore d'Oriente Giustiniano e condotta dal suo generale Belisario. Nel 660, sotto la minaccia dell'espansione musulmana, Costanzo decise di trasferire la capitale dell'Impero da Costantinopoli a Siracusa. Ciò diede nuovo lustro alla città di Siracusa, ma non portò alcun tipo di vantaggi per l'isola. Anzi grossi oneri finanziari ed una pesante ed ingiusta tirannide portarono all'assassinio dell'imperatore nel 668. L'anno dopo la capitale ritornò a Costantinopoli per volere del figlio di Costanzo. L'arte bizantina rappresentava Dio, attraverso una nuova forma di pittura, le cosiddette "icone": sfondi dorati, assenza di tridimensionalità, volti con espressioni fisse ad indicare la solennità e l'eternità del soggetto rappresentato. Massime rappresentazioni di tali forme artistiche bizantine, sono i mosaici delle Cattedrali di Cefalù, Palermo e Monreale.
 Epoca araba
Tra il IX e il X secolo si completò la conquista araba della Sicilia, e la capitale del nuovo regno fu Palermo, che tutt'oggi vanta l'aspetto urbano più arabo di tutta la Sicilia. La nuova capitale conobbe un periodo più che fiorente, infatti fu dotata di giardini, moschee e palazzi. L'influenza araba portò nuova linfa vitale allo sfruttamento della terra, grazie all'inserimento di nuovi sistemi d'irrigazione e nuove colture come la canna da zucchero, il melone e gli agrumi.
 Epoca Normanna
 Nel 1072 Palermo fu occupata e fatta capitale del nuovo regno Normanno. La capitale fu centro di un nuovo rinnovamento grazie alla costruzione di chiese e palazzi, ma il caso più famoso è quello di Palazzo d'Orleans, originariamente un palazzo in stile arabo modificato secondo l'architettura normanna. Oggi esso è sede del Parlamento della Regione Siciliana. La chiesa di Monreale è interamente normanna e fu costruita nel XII secolo. Oggi rimangono alte testimonianze storiche di questa dominazione grazie ai castelli normanni di Adrano, Paterno e Acicastello, costruito su una roccia emersa dalle acque durante la nascita dell'Etna.
 La Sicilia sotto Federico II di Svevia
Il periodo più florido per la Sicilia fu quando assunse il potere Federico II Hohenstaufen. Nipote di Federico Barbarossa, governò la Sicilia dal 1198 al 1250. 

PALAZZO JUNG

Palazzo Jung   versione testuale
Via Lincoln, 73 - 90133 Palermo
 
Costruito nella prima metà dell’800 in via Lincoln, fu residenza della famiglia Jung, tre fratelli ebrei giunti da Milano agli inizi del diciannovesimo secolo, per impiantare in città una grande impresa di esportazione di frutta secca, essenze, agrumi e sommacco. I figli di Mario, Guido e Ugo Jung, divennero i maggiori esportatori di agrumi dell’isola; Guido, che intanto aveva studiato economia, fu anche ministro della Finanze sotto la dittatura fascista.
La residenza di via Lincoln, situata lungo l’antico “stradone di Alcalà”, faceva parte di quella cortina edilizia che, a partire dalle fine del ‘700, aveva occupato l’area di risulta dell’antico fossato della città, e si era assiepata a ridosso dei bastioni e delle mura cittadine ormai in disuso. Il Palazzo risponde nello stile e nella visione architettonica dello spazio alle esigenze imprenditoriali della nuova classe capitalista, alla quale si doveva il risveglio del commercio e della finanza siciliana. In anni ben più recenti è stato adibito a sede dell’Istituto Alberghiero di Stato. Al di là del prospetto a tre ordini, con un portale con balcone decorato da colonne in pietra, si apre la corte da cui si domina il suggestivo giardino, restituito dalla Provincia alla fruizione del pubblico palermitano per eventi di spettacolo e cultura.
Gli interventi di restauro finanziati dall’Amministrazione di Palazzo Comitini, per un importo complessivo di 4 miliardi 800 milioni, si sono rivolti soprattutto al consolidamento della struttura oltre che all'abbellimento dei locali interni e ai necessari adeguamenti alle nuove normative. I lavori, ultimati nel 2000, hanno interessato una superficie totale di circa 6mila metri quadri, suddivisi tra piano terra, primo e secondo piano, più una serie di ammezzati e naturalmente il bellissimo giardino. Sono stati consolidati i solai lignei, risanata la parte ricostruita in cemento armato dopo i bombardamenti dell'ultima guerra, predisposti gli impianti antincendio, la termoclimatizzazione e gli impianti elettrici per adeguarli alle norme Cei; sono state demolite alcune costruzioni realizzate all'interno del palazzo in tempi successivi. Inoltre, sono stati restaurati i prospetti esterni, quelli interni e le chiostrine. E ancora, si è provveduto ad una nuova fornitura di infissi, è stata consolidata la volta affrescata e i controsoffitti. Un altro lotto di lavori, che interesseranno prevalentemente il piano nobile, è già stato finanziato per un importo di 700mila euro.
 Un’oasi di verde nel cuore della vecchia Palermo. Sono bastati due mesi di lavori per riportare al suo originario splendore il giardino di Palazzo Jung, ridotto, dopo anni di oblio, ad una giungla di arbusti, sterpaglia, detriti e rifiuti. Nel parco, sul quale sono intervenuti quasi esclusivamente lavoratori socialmente utili, con un budget minimo rispetto al valore del bene, convivono oggi piante esotiche e piante mediterranee, in un suggestivo gioco di luci e ombre che creano un’atmosfera molto particolare. Il disegno irregolare e sinuoso dei viottoli, la ricca collezione di piante rare, tra cui il Coccolus Laurifolius e il maestoso Ficus Macrophylla, oltre alla palme e alle dracene. L’intervento di recupero è iniziato con una metodica pulizia dei parterre delle aiuole e dei percorsi; è stato quindi avviato un programma di interventi sulle alberature, attraverso leggere potature dei rami secchi e delle foglie basali. In seguito si è passati al ridisegno delle bordure delle aiuole, nel rispetto del loro tracciato originario, al rifacimento dei sentieri e al restauro conservativo del tetto e degli esterni dell’alloggio del custode, attraverso la messa in sicurezza della copertura, il ripristino degli intonaci esterni, mediante “scialbatura”, e la tinteggiatura dei prospetti.
alcune immagini degli affreschi degli interni

PALAZZO COMITINI

Palazzo Comitini   versione testuale
Via Maqueda, 100 - 90133 PALERMO
Palazzo Comitini
Di Giovanni Bonanno
 
Sorge nel cuore della città, Palazzo Comitini, vicino alla Fontana Pretoria e al Teatro del sole, che segnano la rinascita urbanistica di Palermo. Nobile nella forma, sembra dominare via Maqueda, su cui si affaccia con un prospetto tardobarocco, mosso da aggettanti colonne e lesene, balconi e cornici. Architettura che afferma ragioni sociali e politiche nel tracciato viario della Palermo settecentesca prima, del Novecento poi. Due tempi nei quali l’edificio offre di sé il volto primigenio e quello rinnovato.
La costruzione, voluta da Michele Gravina y Cruillas, principe di Comitini, si pone tra il 1768 e 1771. Risponde al principio di consolidamento di una famiglia la cui storia ha radici in Rollone, duca di Normandia, e sottolinea l’idea di appartenenza e di governo. I Gravina, pars magna dell’olimpo di Sicilia, si affermano alla corte di Martino I nel secolo XIV, avendo come capostipite Giacomo di Bitonto, dal quale derivano sette famiglie. Queste, simili e differenti, generano capitani, giustizieri, prelati, ambasciatori, grandi di Spagna, pretori, geni dell’arte e della follia. Appartengono alla storia don Francesco, ideatore della Villa dei mostri a Bagheria che intriga Goethe, Brydone, Houel; don Francesco Paolo che per i poveri crea il Real Albergo di Palermo; il cardinale Pietro, sottile tessitore politico; l’ammiraglio Federico, vinto a Trafalgar da Nelson; don Michele pretore della capitale e deputato del regno. Il loro blasone, che all’interno si tesse di bande d’oro e a scacchi in campo azzurro con stella d’argento, è contrassegnato dal motto «Spero», rievocante quello dei Tomasi di Lampedusa «Spes mea in Deo est». Che non indica l’attesa, bensì la fiducia nell’intelligenza operativa.
Autore del palazzo sulla “strada nuova” è Nicolò Palma, architetto del senato e nipote di Andrea, che firma il progetto di Villa Giulia. Il Palma, conscio del processo di inurbazione della classe patrizia, di cui nelle adiacenze sono testimonianza le dimore dei Mazzarino, Santa Croce-Sant’Elia, Cutò, Filangeri, Benenati, Belvedere, tende a rappresentare nell’intera articolazione il ruolo dei suoi committenti, legati al sogno della magnificenza più che alla ragione del secolo dei lumi. Ingloba in un disegno moderno diverse strutture originarie, rispondenti alle abitazioni dei Gravina di Palagonia, dei Roccafiorita Bonanno e al forno dei Micciari. Acquisisce chiara unità il palazzo che si raccorda attorno a un cortile allungato in grado di congiungere le spazialità cinquecentesca e barocca, dischiudendosi alla vista sin dall’ ingresso di via Maqueda. Solenne è il portale fra due colonne granitiche cui si abbina, sulla destra, un altro portale di dimensioni quasi uguali.
 
Il prospetto
L’insieme prospettico è misurato, scandito da un primo piano e dal piano nobile, adorno di inferriate a petto d’oca, percorso da ondeggianti masse d’ombra.
A distanza di centocinquanta anni l’edificio di Nicolò Palma subisce un riordino per volontà del nuovo proprietario, l’Amministrazione provinciale. È il 1931. Palazzo Comitini diviene monumentale con l’aggiunta di un piano “in stile”, marcato da paraste che si slanciano a dismisura e da una cornice d’attico otticamente irraggiungibile. Di conseguenza l’intero prospetto si appiattisce variando fisionomia oltre che nel piano ultimo anche nel piano terra, i cui nove ingressi si tramutano in finestre di gusto rinascimentale. Nonostante ciò il palazzo dei principi riesce a mantenere dignità di immagine nella rimodulazione dei rapporti volumetrici ed estetici. Mostra rigore d’accademia, essendo concepito e restaurato secondo l’idea barocca di alcuni palazzi palermitani. Lo storico Gemma Salvo Barcellona sottolinea la validità della trasformazione evidenziando fra l’altro: «Il piano nobile, dominando su tutto il complesso architettonico, mantiene lo spirito del palazzo nobiliare settecentesco [...]. Il realizzatore del secondo piano di palazzo Comitini ha tenuto conto dei privilegi di casta, ne ha mantenuto la visione nel ripetere i motivi di decorazione del piano nobile, privati però della loro imponenza».
Chiuso fra via Maqueda e vicolo Comitini, vicolo Sant’Orsola e via del Bosco, rivela una struttura serrata e la disposizione originaria con le sale di rappresentanza lungo il fianco sinistro, prospicenti la medievale via del Bosco. Indicativa è la collocazione del salone degli specchi all’angolo con la stessa strada, che testimonia il raccordo fra l’impianto antico e moderno.
 
L’interno
Oltre il portale, incastonato fra due colonne di billiemi, il profondo fornice immette nel cortile diviso da possente e aereo loggiato che doppie colonne sorreggono. Spazio volteggiante dove risuona il mormorio di una fontana di pietra, posta sulla destra, sulla quale idealmente siede Diana, la cacciatrice, in un affresco che fonde il Settecento architettonico e paesaggistico.
Il punto di fuga è lo scalone d’onore, scenografico nella struttura, liberty nella vetrata e nei merletti di ferro. Ai suoi lati due lapidi recitano i tempi della fondazione, 1771, e della rifondazione, 1931.
A destra del coronamento dell’asse percettivo, lungo la scalinata, si erge su un alto piedistallo baroccheggiante un piccolo Cristo in marmo di memoria michelangiolesca.
Quindi la scala sale lentamente verso il piano superiore con un tappeto di gradini rossi e bianchi avvolti dalla chiarità degli stucchi.
Da una parete viene fuori una Madonna con Bambino. Dipinto che tardivamente rimodula la vulgata di Leonardo. Più in alto è un altro loggiato ad archi che guarda, di là dalla balaustra, nel cortile sottostante e spazia nell’azzurro del cielo. Addossato all’esedra di fondo è una conchiglia con puttino e drago, dalle cui fauci esce un rivolo scintillante d’acqua. Due bocche di pietra, ai lati dell’ingresso alle sale principesche, sentono ancora l’acre fumo dei torcieri spenti.
 
I saloni
Quindi è il grandioso vestibolo, già sala delle armi, affrescato con decori architetturali di interni ed esterni, paesaggi primaverili, vasi di pianti e fiori, finestre su giardini irreali, illusioni prospettiche di un arcadia salottiera, la quale ama perdersi nel gioco del trompe l’oeil, che coinvolge le pareti e la volta a botte.
Scenografia di grazia veneziana cui si accompagna l’ornamentazione delle sovrapporte con suggestive vedute, rovine e bouquets fiamminghi.
Il pavimento era una volta in mattonelle di ceramica: prato di germogli, frequentato da ninfe e principesse.
Segue un secondo vestibolo, detto Sala Gialla, da cui si squaderna la fuga delle stanze. Il soffitto settecentesco subisce agli inizi degli anni Trenta un pesante tinteggiamento. Le sovrapporte rivisitano ruderi greco-romani della Sicilia.
Un doppio paesaggio di un seguace di Jacob Philipp Hackert rivela l’ideale di natura del neoclassicismo.
Ai muri sono diversi dipinti di artisti contemporanei, significanti il rinnovamento culturale.
È di Renato Guttuso un Paesaggio del 1986, che rivela nella composizione realista intrisa di verdi e ocra magmatici, un felice momento del maestro; un altro Paesaggio del 1959 è firmato da Lia Pasqualino Noto, enigmatico per i verdi densi e fondi.
I restanti autori sono Renato Tosini, Gianbecchina e Beppe Vesco.
La Sala Verde scintilla di una preziosa consolle e di una vertiginosa specchiera rinchiusa dentro la grafia dorata della cornice.
Dal soffitto, fremente di geroglifici settecenteschi, scende un bianco lampadario di Murano che rischiara i ritratti del duca e della duchessa di Malvica e le sovrapporte: due paesaggi e le stagioni: primavera, estate e autunno. L’inverno si trova nella Sala Rossa. Le quattro tele sono attribuite da Maria Accascina a Elia Interguglielmi, pittore fra i più rappresentativi del meridione d’Italia tra fine Settecento e inizio Ottocento. Napoletano di nascita, d’adozione palermitano. Negli affreschi e nelle tele che decorano i palazzi nobiliari egli profonde il capriccio francese, ironicamente à la grècque, eroticamente alla Boucher.
Sofisticato linguaggio che seduce per l’armonia e la blandizia dei soggetti. Le sue allegorie riempiono salotti, sale conviviali e saloni di festa con eleganza: tenere nella composizione che fonde il verde e il celeste dei paesaggi con l’incarnato dei corpi. L’attribuzione, non confortata da documenti, è ragionevole data la qualità dei dipinti, che trovano indiretto riscontro in molte opere siciliane. Non possono dirsi dell’Interguglielmi il barone e la baronessa di Malvica, che guardano dall’alto delle pareti della sala il cui soffitto è infiorato di racemi dorati.
Diversi dipinti e sculture di fine Ottocento e inizio Novecento impreziosiscono l’ambiente.
Sono di Ettore De Maria Bergler i quadri Donna con brocca e Donna alla fontana, evocativi del tardo realismo e del decoro liberty. A Giacomo Marchiolo si deve Golfo di Palermo visto da Sant’Erasmo, limpido nel vedutismo; a C. Buscemi Paesaggio, timbricamente caldo nella visione; a Salvatore Marchesi Chiostro di San Giovanni degli Eremiti, ridondante di mediterraneità floreale. Altri pittori presenti sono: Salvatore Maddalena, Mario Mirabella e Michele Mirabella. Dello scultore Mario Rutelli – che sul teatro Politeama colloca la grandiosa quadriga pronta a volare sulle nuvole – è un realistico ritratto di vecchio in bronzo.
Accogliente e calda è la Sala rossa, dal cui plafond scende un lampadario di Murano che illumina l’ambiente e le sovrapporta di un verde ceruleo, firmate da Interguglielmi. Allegorie sospese in una spazialità elegiaca simboleggianti il buon governo. La Concordia è indicata dalla cornucopia e dal caduceo; la Pace dal ramoscello d’ulivo; la Prudenza dal serpente e dallo specchio; la Temperanza dal morso e dalle briglie. Immagini neoplatoniche, che la pittura neoclassica ripropone come modelli di vita.
Sanno di brume serali i monocromi collocati alla base dei ritratti del duca e della duchessa di Reitano. Opere encomiastiche di un buon artista che mira a fondere la pomposità tardo barocca degli abiti e la linearità settecentesca delle figure. Si rapportano al linguaggio di fine Ottocento e inizio Novecento i dipinti di Giustino Pollaci e Luigi Di Giovanni. Delle tre sculture esposte incuriosisce Nudo di donna con serpente attribuita a Mario Rutelli, liberty nello stile, compositivamente sensuale.
Severa la Sala Sciascia, dove si riunisce la Giunta. Raccoglie, fior da fiore, tele di Maria Giarrizzo, Ida Nasini Campanella, Renato Guttuso, Pippo Rizzo, Michele Dixit, Salvatore Mirabella, Lia Pasqualino Noto, Rocco Lentini, Umberto Valentino, Laurenzio Laurenzi, Mario Folisi, Eustachio Catalano. Significative alcune opere che mettono in luce i fermenti ideativi dei pittori e i rapporti dialettici con il simbolismo di Boecklin, il futurismo, il novecento e la scuola romana. Assorto nella geometria della ragione è il ritratto in bronzo dell’autore del Consiglio d’Egitto, Leonardo Sciascia, realizzato da Mario Pecoraino.
 
La sala Martorana
È il trionfo dell’ultimo barocco, la sala degli specchi o delle feste o del Martorana. Tripudio di sacro e profano, che si riflette nella luce ambigua dei quindici specchi che, come paraste, si slanciano verso il soffitto coronati da ovali dipinti.
Volume pervaso di melodie sinfoniche, di serici fruscii e di passi danzanti sul pavimento maiolicato che ancora rifulge, in piccole parti, della sontuosità decorativa siciliana, con larghi intrecci di gialli, bianchi e verdi. Benché la sala sia stata a lungo sede del Consiglio provinciale conserva il fascino impressogli dal suo artefice, Gioacchino Martorana, pittore dell’aristocrazia, che fonde nelle sue composizioni lo splendore del Seicento e la civetteria del rococò. L’artista nasce a Palermo nel 1735 rivelando presto il suo genio: «a sette anni disegnava così bene da recare meraviglia e a quattordici fu pittore completo», secondo l’affermazione di A. Gallo.
Si perfeziona a Roma alla scuola di Benefial e Vasi ed entra in contatto non solo con l’ambiente del Conca, ma anche con i pittori francesi che influenzano persino Napoli e Caserta.
A Roma soggiorna per oltre un decennio prima di trasferirsi nella città natale, dove si afferma divenendo protagonista della decorazione di chiese e palazzi. Non manca in lui l’acutezza analitica del secolo dei lumi, evidente nei ritratti dei principi e nell’autoritratto soffuso di ironia. Preferisce però l’ornamentazione aulica quando affresca i palazzi dei Bordonaro, Natoli, Costantino, del marchese di Santa Margherita e del principe di Butera. Riesce a coniugare la raffinatezza parigina con la robustezza siciliana. Ne è esempio il salone di palazzo Comitini con le boiseries dorate, le sovrapporte e i sovraspecchi che danno vita a una scena avvolgente, gioiosa, carnale, dolcemente evasiva.
Pittoresca la scenografia dentro la quale la mondanità si ammanta di filosofia e di spirito religioso senza rinunziare al godimento dei sensi.
Segnata da una cornice ovale è la volta: cielo rosato nel quale vola la Verità, assisa su un carro trainato da amorini. Sontuoso lo stuolo degli angeli che proclamano con trombe e cartigli che il «vero piacer trionfa» e ancora che «delle torbide voglie la stragge al vero piacer forma il trionfo».
Concettuoso discorso, pretestuosamente eudemonistico anziché edonistico, che disquisisce in immagini del sentire mentale e del sentimento morale. Ridondanza di acutezze che mirano al raggiungimento di serenità e saggezza, religiosità e verità, mentre forse tentano di nascondere miserie e vizi.
Gioacchino Martorana comprende le istanze della committenza, ma non trascura la ragione dell’arte che è poetica, dando alla struttura decorativa, di là dall’ermetismo filosofico, il piacere del vivere nel turbinio di corpi seminudi che nuotano in un paradiso di luce erotica.
Ai quattro angoli il pittore pone le virtù sedute sulle nubi, ridondanti di femminilità. Avvolta di rosso e sicura come Minerva è la Fortezza con elmo e scudo; domina e frena l’altezzosità con morso e briglie la Temperanza; vestita di manto dorato è la Prudenza, che tiene in mano uno specchio; splende di turchese la Giustizia con bilancia e spada.
Raccordano gli ovali delle virtù diversi decori tendenti al monocromo: costituiscono una fascia lattea che divide la parte alta del soffitto e le pareti della sala.
Illuminato da una monumentale coppia di lampadari di Murano, il salone delle feste mostra quindici piccoli sovraspecchi, raffiguranti paesaggi fantastici e lunari, capricci con rovine, busti clipeati di imperatori, alcuni dei quali monocromi, firmati, in genere, dalla cerchia del Martorana e dodici sovrapporte di ispirazione biblica e mitologica. Dipinti, questi ultimi, del Seicento, riadattati agli spazi settecenteschi, prodotti dalla bottega di Pietro Novelli, Alonzo Rodriquez, Mattia Preti, Regnier Nicolas, Mattia Stomer, Massimo Stanzione e da anonimi italiani e fiamminghi.
Non mancano di una certa tensione pittorica che li fa essere espressione di un linguaggio carico di enigmatica verità formale.
Sovrasta lo scenario festante l’altera figura di Michele Gravina y Cruillas, principe di Comitini, che nel 1770 affida la struttura decorativa del palazzo al Martorana, probabile autore del ritratto, in cui è evidente la maniera vandyckiana e batoniana.
 
Le stanze segrete
Tornando indietro, sulla destra della sala gialla, si trovano gli appartamenti privati. C’è profumo di cipria nei due boudoirs adiacenti la camera da letto.
Lontani da occhi indiscreti, custodiscono intimità ed emozioni espresse dall’eleganza dei decori, dai ritmi sinuosi di tralci, foglie e fiori di stucco, dai grappoli, una volta di maioliche francesi e ora di ceramiche moderne, incastonati nella boiserie.
Due nidi, gabbie dorate, che ovattano i bisbigli e riflettono nella magia degli ovali minuscoli paradisi: cieli rosa e orizzonti d’ocra, mare ceruleo e verdi prati, alberi al vento e cinguettanti uccelli. Inno alla vita che palpita di sensi onirici e di eros. Ricordano per un istante Versailles e Chantilly, l’incantesimo di Fragonard, la Parigi rococò, questi boudoirs settecenteschi che il Novecento riadatta alle esigenze del potere ammmistrativo.
Sulle mensole vi erano statuine in argento e avorio: immagini delle stagioni, di Cupido e Venere, che gli specchi di Murano moltiplicavano all’ infinito.
Grandiosa nella scenografia rococò è la camera da letto dei principi, attualmente studio del presidente della Provincia.
Cubiculum di una intimità teatrale, che alla curiosità delle duchesse in visita ostenta l’eleganza segreta di un’alcova adagiata su un prato di maioliche.
Il decoro in oro e verde tenero dalle pareti sale alla volta avvolgendo di intelletto creativo le sovrapporte dipinte, i cui temi sono morali e religiosi.
Allo sguardo del principe e della principessa distesi sulle trine si offre la visione del mondo nelle pitture. Porti e marine, velieri al chiar di luna e nella tempesta, capricci e rovine classiche costituiscono l’immaginario poetico che sa di struggente bellezza e di fuga nel sogno.
Parlano con il timbro tenebroso dei caravaggeschi e con la gravitas dei secenteschi seguaci di Cavallino, Mattia Preti e Bassano, la Natività, Gesù e la Samaritana, la Decollazione di Giovanni Battista, Loth che lascia Sodoma e poi la serie dei dipinti di genere, soffusi di mistero e maculati di sangue.
Esperimenta le vertigini di eros e tanatos la camera dei principi, nel connubio di voluttuosità e di visionarietà.
Completano il percorso tre stanze: la segreteria della Presidenza, la Sala del caminetto e il Giardino d’inverno.
La segreteria della Presidenza, semplice nell’arredo, annovera alcuni dipinti, dove è inscritta la ragione dubbiosa di artisti contemporanei come Gigi Martorelli e Salvatore Provino.
Nella sala del caminetto, ora intitolata a Salvo D’Acquisto, sono raccolte opere di pittori quali Bruno Caruso, Mario Delitala e Saverio Terruso.
Il giardino d’inverno, profumato di verdeggianti piante carnali, custodisce un composto plafond a cassettoni, un lampadario vagamente liberty e mobili in stile. Decorano le pareti alcuni quadri del Novecento, firmati da Piera Lombardo, Domenico De Vanna e Giovanni Filippone.
Scrigno di bellezza che riporta alla memoria gli interni del Gattopardo, con gli scaloni baroccheggianti e i pavimenti maiolicati, gli affreschi e le tele alle pareti, la lussuria dei sofà e la preziosità dei mobili, i saloni damascati e la sala da ballo, fulgenti di dei e semidei, è Palazzo Comitini. Per un secolo e mezzo dimora aristocratica dei principi Gravina, oggi sede del Governo della Provincia.
Di là dagli eventi altalenanti che ne contrassegnano la storia resta dipinto e scolpito sui muri l’imperativo «Spero». Eredità luminosa destinata alla coscienza contemporanea.
 

GALLERIA LUIGI STURZO


GALLERIA LUIGI STURZO

Il primitivo edificio era la sede del Senato Calatino la cui costruzione fu iniziata nel 1483 e completata nell'anno seguente. Non si conosce l'autore, ma al suo abbellimento, nella seconda metà del '500, contribuirono con un nuovo portale Giandomenico Gagini (1569) e con sculture ornamentali inserite nel prospetto il figlio Antonuzzo (1583).
A seguito delle successive trasformazioni e degli avvenimenti naturali catastrofici, rimangono solo pochi ma significativi frammenti, conservati al Museo Civico al Carcere borbonico.
Nel 1584 gli argentieri palermitani Agostino e Giuseppe Sarzana fornirono la porta bronzea dell'Arca dei "Privilegi" della Città oggi esposta anch'essa al Museo Civico al Carcere borbonico.
Nel 1589 il napoletano Scipione Di Guido vi intagliava un sontuoso tetto a cassettoni.
Il terremoto del 1693 danneggiò notevolmente l'edificio che andò lentamente in rovina finchè nel 1823 fu trasformato dall'architetto caltagironese Salvatore Marino, in Teatro.
L'opera del Marino è attualmente individuabile nella facciata, ad esclusione delle modifiche della scalinata d'ingresso e dell'apertura di due porte laterali fiancheggianti la prima, eseguite nel 1950.
Rimasto incompleto il progetto del Marino, si pensò di affidarne il completamento all'architetto Di Stefano di Catania, ma anche il progetto di quest'ultimo non fu realizzato.
Nel 1863 l'architetto Giuseppe Di Bartolo di Palermo sistemò architettonicamente i prospetti laterali del Teatro, così come oggi sono visibili. Nel primo ventennio del '900 l'architetto Salvatore Fragapane realizzò il bel prospetto posteriore. Negli anni '50 l'edificio venne completamente modificato all'interno dando luogo alla cosiddetta Galleria Luigi Sturzo.
L'edificio è di proprietà del Comune e le destinazioni d'uso comprendono: una Galleria con spazi espositivi, un Ufficio turistico comunale, un bar.
Opere d'arte:
- XX sec. - La Battaglia di Iudica, pannello in ceramica di 82 mq.,  opera  di Pino Romano, sul porticato principale;
- XX sec. - Personaggi Illustri. pannelli in ceramica policroma, su disegni del prof.Antonino Ragona.



tondo vecchio


TONDO VECCHIO
 

Nel 1766 Ferdinando III faceva aprire, finanziando in parte l'opera, la via Carolina (oggi via Roma) con un tracciato che portava direttamente dal Ponte di S. Francesco alla chiesa di S. Maria di Gesù.
Il Tondo Vecchio fu costruito lungo il tratto della Strada nuova, dove questa incontrava le antiche mura cinquecentesche, in quella parte di esse che andavano dalla Chiesa S.Pietro alla Porta del Vento.
L'architetto che disegnò l'opera fu Francesco Battaglia.
Il monumento è configurato come una vera cavea di teatro che guarda verso il paesaggio definito della Valle di Ponente, verso il mare di Gela.
Il semicilindro che contiene i gradoni della cavea è decorato da cornici e paraste con cartigli in pietra contenenti stemmi simbolici epigrafi ed il busto del re Ferdinando III.
Il complesso costituisce un chiaro riferimento di cultura della città per le sue qualità di arredo storico e decoro urbano, benché sia rimasto come elemento unico del grandioso intervento della via Carolina, parzialmente modificato nell'ottocento dall'Arch. Giambattista Nicastro.

giovedì 3 gennaio 2013

camarina

La colonia di Camarina fu fondata dai siracusani nel 598 a.C. sulla costa meridionale della Sicilia su un promontorio limitato a nord e a sud rispettivamente dal basso corso dei fiumi Ippari e Oanis;  il versante  occidentale si protende sul mare mediante una ripida falesia  impostata su conglomerati e sabbie pleistoceniche poggianti su trubi che ne costituiscono la base poco sotto l'attuale livello del mare. E' stata questa situazione che ha creato fin dai primi decenni di vita della città problemi di instabilità della falesia che gli antichi greci tentarono di fronteggiare mediante la messa in opera di barriere frangionde, da poco scoperte in mare aperto. L'abbandono della città nella tarda età romana e il colmamento del bacino portuale ubicato nel tratto terminale del fiume Ippari, secondo il sistema del porto canale, hanno  arrestato in parte, con l’aumento della spiaggia, il problema. Oltre ai fenomeni generali di erosione, questa sembra essere stata accelerata dalla recente costruzione del porto di Scoglitti; nei primi decenni del XIX secolo, una commissione di inchiesta del Regno di Napoli ne aveva sconsigliato la costruzione temendo proprio i fenomeni  ora in atto. Il problema coinvolge ora anche il lato meridionale delle mura e la torre di età  ellenistica  costruita a guardia di una porta.
Tutto il complesso viene sottoposto alle frequenti mareggiate invernali che hanno scavato un evidente solco di battente al di sotto delle mura, con pericolo di crollo imminente di tutta questa parte del sistema difensivo della città antica. Nel XIV secolo d.C., sul settore più vicino al porto, fu edificata, a spese di analoghe strutture greche esistenti in posto, una torre di guardia alle strutture portuali che ancora sopravvivevano. Le scadenti caratteristiche tecniche dei terreni  che formano la falesia sono fra le cause che ne provocarono, insieme ad altre strutture monumentali di età greca sul terrazzo dell’acropoli, il crollo totale nel 1915. Alle caratteristiche tecniche si sommano oggi fenomeni veloci di erosione costiera che hanno portato di nuovo il mare a contatto con la falesia. Ne sono già state coinvolte le mura della città antica, frammenti delle quali si trovano ora sia lungo la battigia sia in mare aperto.  

grotta del genovese

A Levanzo sono state scoperte varie grotte di epoca preistorica, ma la grotta di Cala del Genovese o del Genovese racchiude uno dei più straordinari complessi figurativi di arte rupestre preistorica. La sua scoperta fu sensazionale, perché per molto tempo si era ritenuto che la pittura parietale di epoca preistorica fosse limitata alla Francia e alla Spagna. Con i suoi graffiti e pitture è ora conosciuta in tutto il mondo. Vi sono rappresentate figure umane maschili e femminili, cervi, tori, vacche, asini, cani, maiali, delfini, tonni, e altri pesci. Alcuni di essi (tori, vacche, cinghiali, ecc.) sono animali sacri alla dea della fecondità. Lo sciamano preistorico preparava i riti di iniziazione sacrificando probabilmente gli stessi animali che venivano dipinti all'interno della grotta, che lui immaginava fosse il ventre della Grande madre della fertilità: ecco perché si può dire che il sito è una grotta -santuario. Anche il falò è un culto antichissimo collegato alla Madre Terra.La grotta fu scoperta la prima volta dall'esploratore R.Giglioli che, per un ancoraggio fortuito nel 1881, ne conobbe la solitaria bellezza; egli comunicò la scoperta alla redazione dell'archivio per l'Antropologia e l'Etnologia. L'importante scoperta non ebbe allora molta eco e, con il passare degli anni, tutto venne dimenticato. La grotta acquistò fama mondiale in anni più recenti, grazie alla riscoperta fatta dalla pittrice Francesca Minellono di Firenze nell'autunno del 1949. Trovandosi in vacanza a Levanzo in cerca di angoli suggestivi da dipingere, la signorina Minellono fu indirizzata da un pescatore alla grotta tutta dipinta, sconosciuta persino alla maggior parte degli abitanti dell'isola. Vedendola, la pittrice si rese conto del grande valore di quella scoperta e, tornata a Firenze, si rivolse al paletnologo Paolo Graziosi per segnalarvi la grotta. Presi accordi con la soprintendente per le antichità della Sicilia Occidentale, Jole Bovio Marconi, in poco tempo fu organizzata una spedizione di esperti, che esplorò la grotta denominata "grotta dei Cervi" per il numero elevato di graffiti che rappresentano questo animale.Le raffigurazioni si distinguono in due cicli artistici differenti per tecnica ed età. Il ciclo più recente è costituito da pitture in colore nero, riproducesti un centinaio di figure antropomorfe, zoomorfe e simboliche, databili ad epoca neo-eneolitica. Il secondo ciclo, costituito da raffigurazioni incise riproducenti 29 animali e 3 figure umane, è più antico essendo riferibile al Paleolitico superiore (10.000 a.C) Lo stile di queste incisioni è naturalistico; le figure degli animali, visti di profilo, consistono in bovidi, cervidi, ed equidi; tra questi ultimi appare anche l'equus hydruntinus, oggi estinto. La grotta, cui si accede attraverso uno stretto cunicolo, è lunga circa 35 m e larga 8,5 m. Essa è preceduta da un'antegrotta, ben illuminata dalla luce del giorno, che ha un'imboccatura di circa 8 m, una profondità di 12 m, e un'altezza di 14 m. Lo studio approfondito fece emergere che i graffiti sono del periodo Paleolitico, mentre le pitture sono del periodo neolitico. Lo scavo effettuato dal prof. Paolo Graziosi nel 1953 nell'antegrotta fece emergere un frammento di osso di foca, un molare di elefante, un frammento di mandibola di iena, e numerosi resti di pasto. La grotta del Genovese è situata nel terreno di proprietà di Castiglione Natale, che ne è l'attuale custode. Il gruppo di ricercatori si spostò poi nell'isola di Favignana per altre esplorazioni e, in alcune grotte di San Nicola, furono trovati graffiti del periodo neolitico.