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domenica 24 febbraio 2013

Il "Mothman" l'Uomo Falena

Miti millenari o leggende antiche sembrano attingere forza dalle nostre paure ed assumere un vigore ed una potenza tali da trasformarle in eventi reali, privi di ogni connotazione fantastica. Tra i casi più estremi ed affascinanti che si possano ricordare negli ultimi decenni troviamo sicuramente quelli legati alla misteriosa creatura alata oramai conosciuta come Mothman, l’uomo falena.
Tutto iniziò il 12 novembre del 1966 nel West Virginia, il primo avvistamento risale al '66 anche se recenti indagini sembrerebbero far presumere che un "fenomeno uomo-falena" possa esistere da molto più tempo di quanto ritenuto. Gli eventi occorsi nel West Virginia non sono collocabili all’interno di quelle isterie di massa che magari furono tanto popolari nel medioevo, come anche non possiamo chiamare in causa abbagli di varia natura per gente che era abituata a vivere con la natura e a coltivarne i suoi frutti e ad allevare le sue creature. Ciò che accadde a Point Pleasant non fu neanche un unicum topologico e storico, molti altri avvistamenti si sarebbero susseguiti nel corso del tempo e quasi nessuno avrebbero trovato risposte certe come molti invece hanno fatto credere. Ciò che queste persone videro e sperimentarono trascese totalmente l’intelletto umano posizionandosi all’interno di quel nuovo campo della psicologia che viene oggi conosciuta come Psicologia dell’Insolito e degli Eventi Straordinari come anche all’interno di quella vasta casistica IR-IV su incontri tra individui ed esseri di possibile origine extraterrestre. Si perché il Mothman è ormai acclaratamente parte della letteratura ufologica mondiale. La sua presenza è stata in molte occasioni associata a quei velivoli che siamo stati abituati a chiamare UFO e la sua presenza ha sempre accompagnato flap localizzati di avvistamenti. Tali eventi sono a pieno titolo fatti straordinari rimasti a distanza di decenni senza nessuna spiegazione logica, e vorremmo aggiungere anche zoologica . Ritornando alla nostra indagine si rese ben evidente come la maggior parte degli avvistamenti della strana creatura fosse avvenuta nelle vicinanze del deposito di esplosivi abbandonato oggetto del secondo avvistamento del 15 novembre. Quale luogo migliore per nascondersi che una struttura della seconda guerra mondiale ormai disabitata? La presenza di una serie di gallerie ad alveare sotterranee, che dipartivano dal deposito e si districavano per diversi chilometri nella zona permetteva a questo strano essere di muoversi indisturbato senza la minima possibilità di essere visto. In aggiunta al deposito di esplosivi, reso invalicabile per motivi di sicurezza, si aggiungeva nella zona il McClintic Wildlife Station una grande riserva naturale demaniale inaccessibile per la sua fauna e flora protetta.
Nel lontano '66 il primo avvistamento lo fecero 5 uomini, che si trovavano all'interno di un cimitero (nel Clendenin, in Virginia), per scavare la fossa di un cittadino scomparso da poco, i 5 uomini alternavano il lavoro a momenti di relax, fino a quando videro volare sulla propria testa una strana figura che dopo venne descritto come: UOMO MARRONE CON LE ALI. Niente di simile era stato avvistato fino a quel momento, i lavoratori rimasero scioccati ma non furono gli unici ad assistere a questo strano fenomeno. Tre giorni dopo si verificò un nuovo caso di
avvistamento uomo falena, era il 15 novembre quando un coppia si trovava a percorrere una strada che portava al piccolo paesino di Point Pleasant, nel West Virginia. Improvvisamente avvistarono la strana creatura, quella notte altri individui sarebbero stati testimoni di altri agguati. Un gruppo composto da quattro persone era stato testimone di non meno di quattro avvistamenti dello strano uccello gigante. Nella stessa sera verso le 22.30 Newell Partridge, costruttore edile,mentre guardava la televisione, venne infastidito da una continua assenza di segnale accompagnata da un oscuramento totale con televisione accesa, l'uomo si avvicinò al televisore udendo uno strano suono che proveniva dall'esterno della sua abitazione, il cane di Partridge ululava costringendo l'uomo a munirsi di torcia e recarsi fuori casa. L'uomo puntò la torcia nel punto dove il cane ululava e vide lo strano soggetto. Nelle successive interviste Partridge esperto cacciatore raccontò che la sua non era allucinazione, ma ciò che vide esisteva realmente.

L'avvistamento più sensazionale, venne effettuato da due piloti di un aereo sopra l'aeroporto di Gallipolis Ohio, che avevano scambiato lo strano essere per un piccolo aereo, mentre si trovavano ad una velocità di 110 Km/h, l'essere in questione, sopportava quella velocità senza battere ali! Pochi uccelli sono in grado di andare a quella velocità e per giunta in volo orizzontale e non in picchiata. In più di qualche caso, l'essere si avvicinò tanto ai testimoni, da poterli sfiorare e attaccare. In linea di massima, si poté fare una descrizione dell'essere:
1)Altezza: alto da 1,30 a 2,0 M. 2) Larghezza: largo in alto, lievemente affusolato, più largo di un Uomo. 3) Rivestimento: i testimoni non sono riusciti a precisare se è vestito o ricoperto di pelle grigia sebbene alcuni testimoni, ebbero l'impressione che fosse bruno. 4) Testa: visto da dietro sembra non avere testa, pochi testimoni riferirono di aver visto una faccia. 5) Occhi: dotati di luminosità propria, rosso-vivi, del diametro approssimativo di 5-8 Cm distanti tra loro. Gli occhi si trovano vicino alle spalle. 6) Gambe: di tipo umano, l'essere cammina eretto come un uomo, e non curvo come un orso, muove le gambe come se trascinasse i piedi. 7) Braccia: i testimoni riferirono che l'essere non aveva braccia. 8) Ali: ripiegate contro il dorso quando non vengono usate; l'apertura d'ali, su questo tutti i testimoni sono d'accordo, è di circa 3 metri simili a quelle di un pipistrello, non battono in volo. 9) Suoni: suoni, squittii come un topo, un testimone disse che emetteva un suono simile "al cigolio della cinghia di una ventola". Due testimoni dichiararono di aver udito un ronzio metallico mentre l'essere li sorvolava. 10)Velocità: avrebbe retto l'andatura di automobili che andavano a 120-160 Km/h, senza battere ali.

sabato 23 febbraio 2013

la fata Morgana

Secondo il mito, Morgana è figlia di Igraine e di Urien, e sorellastra di Artù. La prima opera letteraria nella quale appare la figura di Morgana è la "Vita Merlini" di Goffredo di Monmouth, 1148, nella quale Morgen è una fata guaritrice, che cura Re Artù, e che vive ad Avalon con nove sacerdotesse...
Un breve accenno alla figura di Morgana era già presente nell'Historia Britannicum, nella quale si narrava che Artù era stato curato ad Avalon.
Attorno al 1170 Morgana riappare in "Erec et Enide", in questo testo è sorella di Artù e fata guaritrice.
Benoit de Saint Marure la cita nel "Roman de Troie", 1160 e in "La Vulgata Lancelot" si dice di lei: "Verità fu che Morgana, la sorella di re Artù, era molto esperta di incantesimi e di sortilegi e più di tutte le donne; e per il grande impegno che ci mise lasciò e abbandonò la comunità della gente e soggiornava giorno e notte in foreste profonde e presso le fonti, cosicchè molte persone, che erano molte nel paese, non dicevano che era una donna, ma la chiamavano Morgana la dea".
Con il passare del tempo la figura di Morgana andrà sempre più assumendo tratti negativi e da guaritrice diventerà traditrice e maga, caratteristica che le rimarrà addosso in tutta la letteratura cortese del XIII secolo.
La peculiarità della figura della fata nei romanzi del XII secolo era di abitare in un altro luogo e di poter curare il re ferito, mentre nel XIII secolo la caratteristica è quella di rapire gli uomini e farne suoi amanti.

la leggenda di Mata e Grifone

La leggenda di Mata e Grifone


Mata e Grifone sono due statue gigantesche che, nei secoli sono state accostate a varie figure mitologiche: Crono e Rea (ovvero, nella tradizione latina, Saturno e Cibele), Cam e Rea, Zanclo e Rea, infine Mata e Grifone.
Le versioni del mito di Mata e Grifone sono diverse, alcune narrano che il gigantesco guerriero e la regina bianca rappresentino i veri fondatori di Messina, mentre altre ritengono che siano i prigionieri musulmani fatti dal condottiero Ruggero D'Altavilla nel 1086.
La costruzione di queste statue è attribuita al fiorentino Martino Montanini, allievo del Montorsoli su incarico del Senato di Messina intorno al 1550.
Mata, su un destriero bianco (un tempo scuro), simboleggia l'elemento indigeno; la tradizione la vuole nativa di Camaro, antico quartiere cittadino sull'omonimo torrente.
La testa è un rifacimento dell'originale andato distrutto prima a seguito del terremoto del 1783, successivamente nel terremoto del 1908 infine dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
L'attuale statua è stata eseguita dallo scultore Mariano Grasso nel 1958. Presenta sul capo una corona con tre torri (forse le torri dell'antico castello di Matagrifone), oltre che ramoscelli e fiori; dalle orecchie le pendono orecchini d'oro. Indossa una corazza di colore azzurro con ricami in oro sopra una veste bianca che le copre le ginocchia; porta ai piedi calzari con stringhe intrecciate. Sulle spalle un mantello di velluto blu.
Zanclo (Grifone), che cavalca uno stallone nero (un tempo bianco), ha una bellissima testa di moro, incoronata con foglie di lauro e ornata da orecchini a mezzaluna. Indossa una corazza sopra una corta tunica bianca bordata in oro. Nella mano destra impugna una mazza di metallo, con la sinistra tiene le redini e al braccio ha uno scudo ovale al cui interno vi sono raffigurate tre torri nere su sfondo verde.
Porta al fianco una bella spada la cui elsa è ornata da una testa di leone e da due teste di uccelli rapaci. Sulle sue spalle, un mantello di velluto rosso.

La più accreditata delle leggende si riferisce al 964, quando Messina era l’ultimo baluardo siciliano che resisteva all'occupazione araba. Un generale invasore di nome Hassas Ibn-Hammar, durante l’assedio alla città, vide la bella Mata figlia di un commerciante messinese.
Innamoratosene costrinse con la forza il padre a dargliela in sposa. Le mille attenzioni del saraceno non furono sufficienti a far innamorare la candida fanciulla, solo la sua conversione al cristianesimo riuscirono ad intenerirne il cuore.
Il nome di Hassan diventò Grifo ribattezzato Grifone per la sua mole. I due innamorati prosperarono e vissero... felici e contenti.

Nella realtà invece, la loro nascita è da collocarsi intorno alla fine del XVI sec., in un momento in cui si era di nuovo inasprita la rivalità tra Messina e Palermo, su quale delle due dovesse ricoprire il ruolo di capitale.
Nel 1591 Filippo II ordinò che il Vicere risiedesse a Messina per 18 mesi ogni triennio. In questi anni le due città facevano a gara nell'esibire titoli e privilegi che potessero far prevalere l'una su l'altra.
Nel 1547 in contrada Maredolce, a Palermo furono rinvenute delle ossa gigantesche, probabili resti dell'antica fauna che aveva popolato l'Isola in epoca preistorica (elefanti nani e ippopotami).
Questo ritrovamento fece asserire ai Palermitani che la loro città era stata fondata da "Giganti", quindi in epoca assai remota, e ciò le arrecava un maggior prestigio rispetto alla città dello Stretto.
Forse fu per reazione a queste pretese che il Senato di Messina ordinò la costruzione delle due statue.

castelli siciliani




Castelli Siciliani

I manieri della paura, storia di miti e di baroni

Il siciliano ha sviluppato nei confronti di mura, torri e merli una diffidenza-indifferenza che deriva probabilmente da un timore atavico derivante anche dall´uso carcerario di molti castelli, e il fatto che fossero luogo di esecuzioni capitali. Il castello ha rappresentato il luogo dell´oppressione, il simbolo del potere baronale e del possesso della terra che impone il lavoro bestiale e lo ripaga con pura sopravvivenza Non è un caso se spesso sono stati presi di mira durante insurrezioni popolari, dalle rivolte dei Vespri nel 1282, come accadde a quello di Vicari, fino all´insurrezione contro la leva obbligatoria durante il governo Badoglio, a Naro, dove il maniero, sede delle carceri, fu assalito.
Ma adesso i siciliani possono ammirare senza timore l´imponenza quasi sovrannaturale dei castelli dell´entroterra, come quello di Sperlinga, incastonato nella roccia, denso di mistero sulle sue origini che risalgono almeno al 1081. Scavata nei monti Nebrodi dell´Ennese la fortezza è rimasta nella storia per aver salvato gli Angioini che lì si sono rifugiati durante la rivolta dei Vespri nel 1282.
Un grande costruttore di castelli in Sicilia è stato Federico II che quando arriva nell´Isola, nel 1220, dà il via alla realizzazione di decine di «dimore regie» con la funzione, anche simbolica, di controllare l´aristocrazia feudale che a sua volta intraprende in questi anni la costruzione di torri fortificate.
Ma sarà sotto il regno della debole casa d´Aragona, nel XIII secolo, che le grandi famiglie nobiliari prendono sempre più il controllo del territorio siciliano e costruiscono le loro fortezze: sono le famiglie Ventimiglia, Chiaramonte (rivali eterni tra loro), ma anche gli Alagona, i Peralta e i Palizzi.
Queste famiglie fin dal Trecento nei loro territori esercitavano il potere assoluto, dall´altezza dei loro manieri guardavano il lavoro faticoso nei campi di migliaia di contadini che attorno al castello costruivano le loro case e davano vita ad agglomerati diventati nel tempo comunità indipendenti. Dopo le famiglie dell´aristocrazia feudale è la volta dei baroni. Completamente abbandonati dopo il 1600 i manieri fortificati diventano alla fine del Settecento e nell´Ottocento simbolo di un altro potere oppressivo, trasformandosi in sedi delle carceri borboniche. Poi diventano il simbolo dei latifondisti che qui, imitando i nobili, mettono dimora.
Molti castelli sono giunti a noi quasi intatti, nonostante siano stati protagonisti spesso di sanguinose battaglie, come il maniero di Caccamo, il più grande della Sicilia e inespugnato, dove hanno trovato rifugio prima il ribelle Matteo Bonello, che nel 1160 guidò la rivolta dei baroni contro la Corona, e poi la famiglia Chiaramonte (che l´ha ampliato nel 1300) che qui resistette nel 1302 all´ennesimo assedio angioino. Tra i meglio conservati d´Italia, si erge sul monte San Calogero e domina la campagna dell´interno palermitano. Qui, secondo la leggenda, il fantasma di una suora triste continua ad aggirarsi nelle notti di luna piena con un melograno tra le mani. Se chi l´ha incontra riesce a mangiare il frutto senza farne cadere a terra nemmeno un chicco sarà ricco e felice, se non ce la farà sarà per sempre legato al fantasma. Il mito nasce da una storia popolare di una bella principessa che si innamora di un giovane soldato. Il re quando scopre i due innamorati fa immediatamente uccidere il soldato ma per ripicca la ragazza rifiuta di prendere un altro sposo e il padre la costringe a farsi suora. La giovane muore stroncata dal dolore, ma il suo fantasma continua a cercare pace fra le segrete mura.
Altro castello che nella sua immagine imponente simboleggia per sempre il potere dei baroni feudali è quello di Mussomeli, grandiosa opera architettonica che si fonda nella roccia con una tale armonia da sembrare essere opera della natura e non dell´uomo. Il castello si innalza solitario sulla campagna di Caltanissetta, anche questo fatto erigere da un componente della famiglia Chiaramonte, Manfredi III. Il suo nome vuol dire «città delle donne»: si narra che diversi fantasmi si aggirino per le sue stanze, a cominciare da quello di un soldato innamorato della figlia di Manfredi. Pazzo d´amore viene scoperto dallo stesso Manfredi che lo chiude in una torre per farlo morire di stenti: il soldato preferisce buttarsi giù. Altra leggenda narra della truculenta morte di un gruppo di nobili attirati con l´inganno nel castello.
Ma le storie di fantasmi e di amori tragici nei manieri di Sicilia si intrecciano. A quanto pare in quello di Mussomeli si aggira anche il fantasma della baronessa di Carini, altra costruzione medievale simbolo dell´Isola.

Tra le rocce fortificate di Mussomeli trova rifugio Cesare Lanza, in preda al rimorso per aver assassinato la figlia innamorata, la baronessa. La giovane, dicono, si aggira con vestiti del Cinquecento per quelle stanze. Un di queste si chiama delle «tre donne» e anche qui storia e leggenda si confondono: Manfredi vi avrebbe rinchiuso le sue tre sorelle durante la partenza per una delle tante guerre del tempo e al suo ritorno le trovò morte.
Sangue, amori passioni violente e, immancabile, il sacro.
Castello di Carini - “Carinis dominata da una fortezza di recente costruzione”: così Al-Idrisi (1099-1166 ), scrittore arabo di scienze naturali, mediocre poeta, ma soprattutto geografo, scriveva nel suo libro, rimasto famoso con il nome di “Kitab Rugiar” ( Il Libro di Ruggero ), terminato nel 1154, ossia nell’anno stesso in cui Ruggero II moriva. L’edificio viene eretto tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, su una costruzione precedente sicuramente araba, ad opera del primo feudatario normanno Rodolfo Bonello, guerriero al seguito del conte Ruggiero. Dagli scavi condotti nel corso del recente restauro, sia nel lato est che in quello nord, sono affiorate strutture murarie di epoche precedenti a quella normanna. Nel 1283, sotto il regno di Costanza D’Aragona, il Castello passa alla famiglia Abate che lo detiene per circa un secolo. Questa famiglia comincia a trasformare la struttura difensiva in ambienti quasi residenziali. Nel XIV secolo il feudo di Carini passa alla famiglia dei Chiaramonte. E’ nel 1397, che a Catania Re Martino il giovane, in cambio dei servigi resi, concede ad Ubertino La Grua di Palermo, Maestro Razionale del Regno, per se e per i suoi eredi successori la terra di Carini con tutti i suoi diritti e pertinenze. Due atti di notai attestano che nel Castello furono fatti restauri: uno, nel 1484, l’altro nel 1487, ad opera del maestro Masio de Jammanco, da Noto, cittadino di Palermo. Questi si obbligava col magnifico Guglielmo Talamanca, come tutore di D. Giovanni Vincenzo La Grua, barone di Carini di “dimorare a Carini per eseguire delle fabbriche nel Castello della stessa università ed altrove, per un anno continuo e completo, dal 2 ottobre in poi, per 11 onze, e mangiare e dormire per tutto il tempo”. Per raggiungere il Castello basta percorrere il Corso Umberto I e salire i gradini della Badia. Si hanno così, davanti, la porta e le possenti mura medievali dell’ XI e XII secolo che un tempo tracciavano l’antico borgo.

Cavalieri e religione si inseguono tra le mura dei castelli: in quello edificato dalla famiglia rivale dei Chiaramonte, i Ventimiglia, a Castelbuono è ancora oggi custodito il teschio di Sant´Anna, santuario venerato in tutte le Madonie. Nel castello di Pietraperzia si nascondono graffiti misteriosi recentemente rinvenuti. Sono disegni «magici» che ritraggono soggetti africani e orientali in scene di caccia, forche e patiboli.
CASTELLO DI CEFALA' Del Castello, del XIII sec., resta solo una robusta torre quadrangolare e ruderi delle mura di cinta.
Costituiva in origine un baluardo difensivo sull'asse di collegamento rappresentato dalla strada Palermo-Agrigento, per divenire nei secoli successivi deposito di granaglie e infine nel XVIII sec. residenza nobiliare

INNO SICILIANO






L'INNO DELLA SICILIA !!!!  =)

MISTRETTA-UNA CITTA' CON LE CASE DI PIETRA DORATE

Chi volesse ammirare una città con le sue case “di pietra dorata” - lavoro paziente di scalpellini oramai scomparsi - può lasciare la statale 113, che da Messina porta verso Palermo, ed affrontare i tornanti della statale 117. Si raggiungerà Mistretta, uno dei centri storici meglio conservati della Provincia di Messina. E’ la testimonianza di una vivacità culturale, politica ed economica che ha prodotto segni tangibili nei suoi monumenti. Le note storiche ricordano che la città appartenne quasi sempre alla corona, e pertanto fu sottratta al vassallaggio feudale, fin quando Filippo IV di Spagna, per sostenere le sue spese militari, decise di vendere la città ad un tal Gregorio Castelli, conte di Gagliano, per la somma di 80.000 scudi. Era l’anno 1632 , che nella storia di Mistretta segna un punto nodale. I cittadini uniti decisero di sostenere l’ingente sforzo economico di riscattare la città. Rimangono memorabili le parole del consigliere Giuseppe Valenti, che nella seduta di votazione esclamò: «Bisogna procurare il prestito a qualunque patto perché devesi stimare la liberà come la propria salute».

L’animo patriottico degli abitanti di Mistretta è nuovamente testimoniato durante la rivoluzione antiborbonica, che porterà all’unità italiana. La città fu, dopo Palermo, la prima che insorse, inalberando la bandiera nazionale, allestita clandestinamente, sulla torre del Castello, la sera dell’otto aprile 1860. Questo Castello è stato il fulcro degli avvenimenti storici che hanno interessato l’esistenza di Mistretta; venne numerose volte distrutto e ricostruito, per essere infine devastato definitivamente da una frana. E’ proprio ai piedi del Castello che si è accentrato Il primo nucleo dell’abitato, sorto in epoca prenormanna, arroccato al costone roccioso che emerge sui declivi della valle, e preannuncia le alte e boscose cime dei Nebrodi.

I toponimi dei quartieri richiamano alla memoria le particolari vicende dei luoghi o degli edifici, generalmente di culto, che ne hanno costituito il punto emergente, come i quartieri di S. Vincenzo, del Carmine, della Madre Rivinusa, del Roccazzo, di S. Nicolò, che si distendono ai piedi del Castello. Il quartiere Purgatorio, ad esempio, prende il nome da una chiesa dedicata alle Anime Purganti. Di fronte vi era la chiesa di S. Antonio Abate, fondata in epoca normanna. Alle sue spalle, quello che un tempo era il quartiere arabo (Rabah). Il tratto di Mistretta circoscritto fra via Libertà, piazza Vittorio Veneto e piazza Dogali, è il "cuore" della città, comprendendo la Chiesa Madre dedicata a Santa Lucia (edificio esistente già nel secolo XII e completato nel Rinascimento), e le chiese di S. Sebastiano e S. Francesco.

Il quartiere S. Caterina, intitolato alla martire alessandrina, annovera diversi rioni: "A Nivera", perché durante le nevicate invernali vi si raccoglieva la neve gelata da mettere in vendita; "L’acqua ramata", per l’acqua ramosa che sgorga dalle sue fontane; "U risittaculu", sede dell’acquedotto comunale; "A maredde", ovvero la strada che porta alla "Santuzza", ossia la chiesetta dedicata appunto “a Maria”. In questo quartiere di S. Caterina, si ammirano palazzi a due o tre piani, con portali, balconi e finestre decorati, dove l’occhio attento può avvertire il passaggio dalle forme barocche allo stile neoclassico. Sono i palazzi della nuova urbanizzazione che si rafforza nel Sei-Settecento e si consolida nell’Ottocento con il quartiere Saddio, che con i suoi dodici palazzi testimonia l’elevato reddito dei residenti appartenenti all’alta borghesia.

Dai quartieri più arroccati, quindi, la città si espande nei luoghi più accessibili. Il tessuto urbano si articola in ampie vie rettilinee. Le strade principali divengono acciottolate; due fasce di basolato rendono più agevole e spedito il transito dei carri che trasportano le merci per le fiere che si tengono fuori dalla porta S. Caterina. Nel quartiere di S. Biagio, troviamo "U munte" e "U palo. I toponimi ricordano "u munte" dei Pegni e "u palo" al quale in epoca saracena, si impiccavano i condannati a morte. Nel quartiere di S. Giovanni la presenza della via Ughetti, ossia "U ghetto", fa ipotizzare la presenza di una comunità ebraica, la stessa tipologia delle abitazioni sembra confermare tale tesi. Nel quartiere di S. Giuseppe è possibile trovare il cosiddetto "ospedale vecchio” opera cinquecentesca del benefico finanziatore Filippo Pizzuto. Gli ospedali fornivano un prezioso servizio sociale, impegnati a curare malanni e pestilenze. La vita materiale emerge nel rione Petra Pilata (pietra viva) del quartiere del SS. Rosario, per la presenza delle pietre del lavatoio utilizzate dalle donne di casa sino alla fine dell’Ottocento. Come dire: la città dell’arte e del quotidiano.

CHIESA MADRE DI MISTRETTA

Chiesa Madre di Mistretta PDF


La Chiesa Madre di Mistretta sorge nel cuore del centro abitato e sporge, lungo il fianco meridionale, sulla piazza Vittorio Veneto. Dedicata a S. Lucia nel XVII secolo, ma di tale intitolazione si ha già notizia in epoca normanna.
La chiesa, nel XVI secolo, aveva un aspetto diverso dall'attuale, con il presbiterio situato dove adesso si trova la porta maggiore. Della chiesa cinquecentesca facevano già parte il Portale settendrionale in marmo del 1494 attribuito a Giorgio da Milano e la torre campanaria di sud-est, sulla quale è incisa la data 1521. L'ingresso principale, col relativo Portale maggiore in pietra scolpita, fu probabilmente scolpito più tardi. Nel 1626 viene aperto un nuovo ingresso laterale con un portale in pietra.
La facciata è dotata di un portale barocco con decorazioni in pietra intagliata, l’interno di forma rinascimentale, elegante con colonne corinzie e grandi arcate ospita un notevole patrimonio artistico: l’ancona marmorea di S. Lucia coi santi Pietro e Paolo e gli Apostoli di Vincenzo Gagini, il Cristo Risorto (1552), la statua della Madonna dei Miracoli (1495), il medaglione in marmo posto nell’altare maggiore raffigurante la Pietà di Marabitti, il maestoso organo e numerose tele del XVII-XVIII sec. realizzate da vari autori fra i quali Giuseppe Tomasi da Tortorici , Antonino Manno, Vincenzo Genovese e Benedetto Berna.
Da attribuire a Giovanni Biffarella il maestoso Coro ligneo del XVIII secolo con i suoi settantuno stalli finemente scolpiti.